- Sac. Calogero Maria Licata -
Nacque a Montemaggiore Belsito nel 1796 e vi mori nel 1860. Sacerdote, compì i suoi studi presso il Seminario di Cefalù. Si dedicò in particolare allo studio dell'italiano, del latino e del greco antico; di quest'ultima lingua ebbe una grande pa-dronanza tanto da essere considerato uno dei maggiori grecisti del tempo. Inoltre conosceva il francese e l'ebraico. Si applicò agli studi filosofici e per la preparazione raggiunta il Vescovo di Cefalù, Mons. Tasca, gli affidò la cattedra di filosofia presso il Seminario di Cefalù insieme a quella di matematica.Valente predicatore quaresimalista fu a Valledolmo, Vallelunga, Baucina, Sciara, Cerda e Trabia. Tenne inoltre i suoi sermoni a Polizzi, Vicari, Caltavuturo, nel Duomo di Cefalù e di Palermo. Nel 1841 fu nominato Arciprete di Montemaggiore Belsito. La sua biografia fu redatta dal Prof. E. Salamoe. Mons. Ruggero Blundo Vescovo di Cefalù definì il sacerdote Licata "la perla della Diocesi" per la sua instancabile ed assidua attività. La sua tragica morte è permeata da fosche tinte. Eccone la descrizione tramandataci: mentre i rivoltosi del 20 agosto 1860 percorrevano le vie del paese, l'arciprete si recava in chiesa per pregare, ma venne dissuaso dal sacrestano il quale nascondeva nelle sepolture della chiesa una delle cosi dette famiglie "rispettabili" (!!). Il Licata si diresse allora insieme al fratello Filippo e ai due nipotini, Antonino e Caterina, verso il quartiere S. Fara in cerca d'aiuto che purtroppo, non trovò. Presagendo le conseguenze negative degli sconvolgimenti che contemporaneamente si verificavano in paese lasciò i due nipotini sotto un albero e con il fratello si diresse presso una collinetta poco distante "Cozzo dei carri"; qui furono raggiunti da tre uomini armati: Valvo, Mesi e Lo Cicero. Il primo, per un preteso torto ricevuto dall'Arciprete, ed il secondo, per odio nutrito nei suoi confronti, decidono di ucciderlo. Alle parole di pietà pronunciate dal Ministro di Dio il Valvo fu toccato nell'animo recedendo dal triste proponimento, mentre il Mesi al solo scopo di non vanificare il suo intervento sparò sull'Arciprete. La stessa sorte toccò al fratello Filippo. Disse dell'Arciprete, Lucio Drago: "Amò scrupolosamente il suo dovere per il bene dell'umanità, e suggellò col proprio sangue il suo sublime apostolato", e E. Salomone: "alla fede del giusto unì la costanza del martire". Lucio Drago ancora: "il 20 agosto fu costretto a salire il Calvario per essere immolato all'infamia e malvagità di alcuni pessimi cittadini". "Genio di caritá cristiana e di intemerata fede"; "la sua morte fu una grande perdita per il paese lasciando la vita in omaggio al suo ministero", dagli Atti del Consiglio Comunale. Inoltre disse il dott. A. Salemi: "Ei col suo genio non ordinario/E colla scienza divina del Vangelo/Fece suoi gli altrui dolori/E consoló l'umanità/Mostrandole la Croce/...".